La mente

 

¿Qué importa que triste gima
Mi pecho desventurado,
Si el alma que Dios me ha dado
Nadie puede encadenar?
De sus frágiles prisiones
Sale rápida la mente,
Ve el pasado y el presente,
Cíelo abarca y tierra y mar.

Yo no soy el cuerpo esclavo
Que apenas vida recibe;
Yo soy alma que en Dios vive,
Yo soy libre en el pensar.
Yo soy un ser que atrevido,
Cual águila allá en el cielo,
Mira en torno, y en su vuelo
Puede el mundo contemplar.

Ser invisible desciende
De los míos al retiro,
En su atmósfera respiro,
Siento su mal y su bien.
La faz de seres distantes
Veo, y escucho su acento;
De mil pechos el contento
Conmueve el mío también.

Saben que, si lejos moro,
No impide amarlos mi cuita,
Que junto a ellos palpita
Mi oprimido corazón.
Que sólo contra la carne
El tormento se revela,
Y que libre el alma vuela
Sin obstáculo a su acción.

Loor eterno al rey del cielo,
Al Ser que me dio esta mente
Que le concibe y le siente,
Que le puede hablar y oír.
En vano, pues soy espíritu,
Darás, Muerte, el golpe fiero,
Espíritu es Dios, y espero
Que en su seno he de vivir.

Mi juventud

Cor mundum crea en mí, Deus. (Ps. 50)

 

 

Lamento sui fuggiti anni primieri,
Che fecondi di speme Iddio mi dava,
E di ricchi d’amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m’agitava,
Ed incessanti studi, e bramosia
Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa
Che diceami dell’uom sublimi cose,
Tali che d’esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose
Il mio intelletto, che dovesser tutte
Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte
Io mi scagliava indomito; sognante
Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante
Di scïenza e di gloria e di giustizia
Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell’altrui nequizia,
Ma quando reo me stesso io discopriva,
L’ore mi s’avvolgean d’onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risalíva
A proposti elevati ed a preghiere,
Me concitando a carità più viva.

Perocchè m’avvedea ch’uom possedere
Stima non può di se medesmo e pace,
S’ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face
Di mia virtù, vi si mescea repente
D’innato orgoglio il lucicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente,
E a gravi rischi mi traea baldanza,
Ed infelice er’io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza,
Ond’or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d’ingegno il secol mio,
Ma da irreligiose ire insanito,
Parlava audace, ed ascoltaval’io.

E perocchè tra’ suoi sofismi ordito
Pur tralucea qualche pregevol lampo,
Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo
Sciogliea della ragion laudi stupende,
Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende
Da labbra eloquentissime e divine,
E ogni lor detto all’alma gli s’apprende,

Meditando del secol le dottrine,
Inclinava i miei sensi alcuna volta
Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid’io ch’a indegne colpe avvolta
Era sua sapïenza, e vidi tardi
Ch’ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
Della mia giovinezza, e sovra mille
Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d’alta luce brille!
E si sprecar fra inani desidèri
Dell’alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri
Che d’eccelse speranze ebbi fecondi,
E di ricchi d’amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne’ profondi
Delirii miei, pur non sorrisi io mai
Agl’inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
Del Vangel mi venian racconsolando;
Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando
In una chiesa io stava, i dì beati
Di mia credente infanzia rammentando:

Que’ dì pieni di fede, in che insegnati
Dal caro mi venian labbro materno
I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo
La incostanza, gli esempi, ed il timore
Dell’altrui vile e tracotante scherno;

E l’ira tua mertai per tanto errore:
Ma gl’indelebili anni che passaro
Ritesser non m’è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo
Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a’ tuoi piè pentito langue.

A Dios

Et anima mea illi vivet. (Ps 21)

 

D’uopo ho d’amarti, e d’uopo ho che tu m’ami,
O tu che per amar mi desti un cuore!
Son mal fermi quaggiù tutti i legami,
Tu sei solo immutabile, o Signore!
S’amo creati cuor, fa ch’io rïami
In essi te che mi comandi amore:
Se d’altri il braccio mi sostiene alquanto,
Sostenga essi con me tuo braccio santo.

Ov’anco intorno a me sien petti cari,
No, mai bastar non ponno al mio conforto;
Spesso agitato da cordogli amari
Lo sguardo mio sui lor sembianti io porto;
Ma del mio mal tosto li bramo ignari,
E compongo a letizia il viso smorto,
E so che anch’essi per affetto eguale
Celan sovente del dolor lo strale.

E più volte ho provato in petti umani
D’espandere l’arcana angoscia mia,
E come a Giobbe i consiglier suoi vani,
In me quelli accrescean melanconia;
E chi i gemiti miei diceva insani,
Chi crollava la testa e non capìa,
Chi fingea compatir, mentre in secreto
Io lo scorgea de’ miei tormenti lieto.

Sì ch’or per la pietà che agli uni io deggio,
Perchè tenera brama han del mio bene,
Ora per non esportili al vil dileggio
Dell’alme giubilanti alle mie pene,
Poco agli uomini parlo, e poco alleggio
Tra loro il duol che in me dominio tiene;
Ma sfogar pur sospiro i lutti miei,
E tu, Signor, mio confidente sei!

Fa ch’io ti senta sempre a me vicino:
Troppo la solitudin m’addolora!
Posar vo’ il cor sovra il tuo cor divino
Voglio dirti i miei sensi a ciascun’ora!
Traggimi in qual pur sia fiero cammino,
Purchè teco io respiri, e teco io mora:
Tutti i dolori a te d’accanto accetto,
Di viverti discaro io sol rigetto.

Per aver l’amor tuo che far degg’io?
Pregar soltanto? Ah no, il pregar non basta!
Debbo immagine in terra esser di Dio,
Debbo luttar contro a natura guasta,
Debbo aver di giustizia alto desìo,
Debbo non abborrir chi mi contrasta,
Debbo amar tutti, anco i più rei nemici,
Ed, ove il possa, oprar che sien felici.

Donami quell’amor, ma il dona insieme
A chi meco vïaggia sulla terra:
Fra gl’inamanti cuori il cuor mio geme
E impicciolisce, e sua virtù s’atterra;
Fra i malignanti cuori il cuor mio freme,
E orgoglio oppone a orgoglio, e guerra a guerra
Fra gli odii altrui l’anima mia è infeconda;
D’alti esempi d’amor, deh, la circonda!

Con te, Signor, con te stringo alleanza:
Perdonerò a’ mortali, a me perdona;
Amerò tutti, perchè han tua sembianza,
Perch’io son tua fattura, amor mi dona;
Amerò tutti, ma con più esultanza
Chi fra le braccia tue più s’abbandona;
Amerò tutti, ma con più fervore
Chi più simile al tuo mi mostra il core!

Amar vogl’io, di quell’amor che avvampa
In te, e ne’ tuoi più nobili viventi,
Di quell’amor che da’ rei lacci scampa,
Di quell’amor che regge infra i tormenti,
Di quell’amor che all’universo è lampa
Nella chiesa infallibil de’ redenti,
Di quell’amor sì pio, sì ver, sì forte,
Che abbella e vita, e gioie, e strazi, e morte!

Dios Amor

Domine, qui amas animas.  (Sap. 11,27.)

 

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
Del mio Diletto, ed era–ah! la tremante
Lingua osa dirlo appena–era il Signore!

Il Signor che di gloria sfavillante
Regna ne’ cieli, e sua delizia è pure
Il picciol uomo in questa valle errante!

Ed attonite il mirano le pure
Intelligenze scendere ammantato
A questo erede di colpe e sciagure,

Ed il povero verme lacerato
Sanar colle sue mani, e a tutti i mondi
Ridir sua gioia, se da tale è amato.

Io lo vidi per baratri profondi
Movermi incontro, e gridar dolcemente:
«Perchè cotanto al mio desìo t’ascondi?»

E più e più appressavasi, e ridente
Più e più del suo viso era il fulgore,
E n’arsi ed arderonne eternamente.

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
Del mio Diletto, ed era–ah sì! il proclamo
All’universo in faccia–era il Signore!

Io lo vidi, il conobbi, ei m’ama, io l’amo!

María

Fac ut ardeat cor meum. (Stab.)

 

Amo, e sovra il cor mio col nome santo
Sta del Signor quel d’una Donna impresso
Quel della Vergin che a Lui siede accanto!

Quel di Colei che gloria è del suo sesso!
Quel di Colei ch’anima avea sì bella,
Ch’a sue cure Dio volle esser commesso!

E bambin s’appendeva a sua mammella,
Ed ha i merti di lei co’ suoi contesti,
E l’alzò dov’è a noi propizia stella!

Salve, o Maria! Tu con Gesù stringesti
Fra le tue braccia tutti noi mortali;
Tu per fratello il Redentor ne desti.

Su me pur, su me pur tue celestiali
Pupille scintillaron di materna
Pietà ineffabil, sin da’ miei natali.

E a quel Figliuol che terra e ciel governa
Per me chiedesti e vai chiedendo aïta,
Sì, ch’io pur giunga alla sua pace eterna.

Ne’ giorni più infelici di mia vita
L’invisibil tua man mi terse il pianto;
Ognor t’han miei rimorsi impietosita.

Amo, e sovra il cor mio porto col santo
Nome di Dio quel di Maria stampato!
Quel della Donna che a Lui siede accanto!

Della Madre che il Figlio ha per me dato!

La procesión

Vexilla Regis prodeunt. (Eccl. hymn.)

 

Dolce è l’aspetto
De’ templi santi,
Dove tra faci
Sfolgoreggianti,
Dove tra incensi,
Dove tra canti
Di Dio grandeggia
La maestà;

Dove al mortale
Le sacre mura
Tolgono il resto
Della natura,
Dove ogni oggetto
Ch’ei raffigura
Gli dice: «Adora,
L’Eterno è là!»

Nondimeno allorquando dal tempio
Uscir vedesi l’Onnipotente,
Tra le mani d’un debil vivente,
Pe’ sentieri che tutti calchiam,
Pare a noi che vieppiù ci sorrida,
Che vieppiù ci si faccia fratello:
Per pregarlo un impulso novello,
Una nova speranza sentiam.

Egli è il Re che diffondersi brama,
Che pacifico vien dalla reggia,
Che fra i sudditi amati passeggia,
Che lor volge parole d’amor:
Egli è il padre che visita i figli,
Che s’appressa a ciascun de’ lor petti,
Che lor mostra quant’ei si diletti
Di cercarli, di starsi fra lor.

Oh nel moltiplicar tuoi benefici,
Ricca d’industrie amabili e sublimi,
Religïon che a’ tuoi sinceri amici
Con sì söavi grazie amore esprimi!
Religïon, che pur ne’ tuoi nemici
A lor dispetto meraviglia imprimi!
Religïon d’imperscrutati veri,
Bella in tuoi grandi lampi e in tuoi misteri!

Splendono innumerati i santi modi
Con che rammenti agli uomini il Signore,
Con che il Signor medesmo offerir godi
Alla vista de’ popoli ed al core;
A te non basta in mezzo a preci e lodi
Sull’ara alzar la diva Ostia d’amore;
Fuor de’ delubri, tu la traggi, e in pie
Feste l’elèvi per le dense vie.

Perchè iroso talun le venerande
Processioni con ribrezzo guata?
Perchè immagina ei tutta in miserande
Cure avvolta la turba ivi adunata?
In ogni loco, ottusa al Bello, al Grande
Langue, è ver, più d’un’alma sciagurata,
Ma gente è pur che il Grande, il Bello ancora
Sente con forza, e, quando sente, adora.
Alme sono, in cui ragione
Ed amante fantasia
Tal serbarono armonia
Che abbellisce ogni pensier:
Chi ragion vuol tutta gelo
Senza slanci, senza affetto,
Tarpa l’ali all’intelletto,
Non s’innalza fino al ver.

Tutto Ciò che santo brilla,
Che divelle dalla creta,
Che solleva ad alta meta,
Dobbiam credere ed amar:
D’infelici sprezzatori
Non confondaci lo scherno:
Vile sforzo è dell’inferno
ogni cosa dissacrar.

Quali volge a noi la Chiesa
Rimembranze in tutti riti?
Son materni, dolci inviti
A speranza ed a fervor.
Il Signor quando discende,
Quando incede in mezzo a noi,
Chiede amore a’ figli suoi,
Chiede e in un largisce amor.

Indelebil mi sei, giorno lontano
Allor che in giovenili anni a me stanza
Era söave lido oltramontano:

Cessava la sacrilega burbanza
Dalla falsa republica ostentata
Contro la dolce degli altar possanza;

E l’ardito mortal che, rovesciata
La licenza volgar, lo scettro prese,
Volle che laude fosse a Dio ridata.

Da lungo tempo augusta dalle chiese
Pompa uscita non era d’alternanti
Supplici turbe a fervid’inni intese,

Ricordavano solo alcuni santi
Vecchi le amate feste, ove il Signore
Passeggiava cogli uomini preganti.

Di repente riviver lo splendore
Ecco di quelle feste a’ Franchi lidi,
Ad un cenno del Corso Imperadore.

E con gara magnifica allor vidi
Il popolo esultar, che finalmente
Fosser compressi di bestemmia i gridi:
E la città del Rodano opulente
Sfoggiò tappeti e drappi ed archi e troni
Al quaggiù ridisceso Onnipotente.

Gioiva la caterva udendo i buoni
Racconti de’ vegliardi, ed esclamava:
«Di novo esser del ciel vogliam campioni!»

Intanto ognun con dignità n’andava
Qua e là per le strade brulicando,
O a’ pensili balconi susurrava,

Lo spettacol santissimo aspettando.

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Del cannone il fragor nuncio prorompe,
E da ogni parte ecco seguir silenzio;
La procedente pompa in quell’istante
Prese le mosse avea del tempio. E oh quale
In tutta quella turba apparìa senso
Misto di gaudio, di stupor, d’ossequio,
Di terror sacro! E nel quadrivio tutti
Protendeano la testa, impazïenti
D’appagar le pupille in quel sublime
Intervenir del Re dell’universo
Tra le infelici vie che de’ mortali
Cingon le case!

Il cinguettìo s’andava
A poco a poco intorno rïalzando,
Sin che ad un capo della via rifulse
La prima Croce, e la seguia drappello
Di devoti cantanti. Allor di novo
Regnò silenzio. A quella prima Croce
Ed al suo stuolo, stuoli altri seguìro,
Con altre Croci ed elevate insegne,
E varii ammanti, onde scerneansi varie
Affratellanze di civili uffici
E di sacerdotali. Inteneriva
Quell’ineffabil mistica armonia
Degli aspetti, moltiplici, e dell’inno
Da tante bocche e tanti cuor sonante,
E del brillar dell’infinite faci,
Il pio simboleggianti amor ridesto.

Bello il mirar là sovra antiche gote
Lagrime di piacer! Là, sovra gote
Di dolci verginelle e di lor madri
Lagrime d’agitate alme, ferventi
Di carità reciproca e di gioia!
E là l’ansante genitrice in alto
Il suo bimbo elevar, sì ch’egli scorga
La maestà del rito, ed insegnargli
A riportar la tenera manina
Sulla fronte e sul petto e sulle spalle,
Balbettando la trina alma parola,
Che de’ cattolici è gloria e salute!

Poi tragittate le abbondanti schiere
Che annunciavan l’Altissimo, ecco un nembo
Di timïàmi, e fra quel nembo pria
Vago drappello d’angioli incensanti,
E fiori per la sacra aura spargenti;
Indi–oh spavento! oh amore!–indi Colui
Che la terra creò, che creò i cieli,
Che l’uom creò, che all’uom s’unì, e divisa
Dell’uom l’ambascia, il consolò e redense!

A cotal vista l’adorante folla
Genuflessa cadeva, ed i singhiozzi
Udii di molti che dicean: «Signore,
»Pietà di me che te cotanto offesi,
Ed ammenda desìo!»

–Stava fra i mille
Colà prostrato un giovane infelice,
Ch’empio non era stato, e sempre in core
D’amor favilla avea per Dio nodrita,
Ma pur sovente dal demòn superbo
Delle dubbiezze invaso avea lo spirto.
E certo le dubbiezze eran flagello
Da Dio permesso, perchè umìl non era
Di quel giovin lo spirto, e si credea
D’altissima natura, atto all’acquisto
D’ogni saper cui non s’aderge il volgo;
E lungh’ore ogni dì sedea solingo
Fra libri ottimi e pessimi, e scrutava
La verità–dimenticando spesso
D’invocarla dal ciel. Ma in quel gran giorno
Dell’adorabil pompa, in quel momento
Che a mille a mille si prostràr gli astanti,
Ed anch’egli prostrassi; il giovin, pieno
Poco prima di tenebre, una luce
Vide novella, e umilïò l’altero
Intelletto con gioia, e senza orgoglio
Fu per più giorni e immacolato e forte.

E quando quell’audace irrequïeto
Tornava a’ suoi deliri, investigando
Con indagin profana alti misteri,
Scontento si sentiva e sen dolea;
Ed in sè di quel giorno Lugdunense
La ricordanza ridestava, in cui
S’era con fede innanzi a Dio gettato;
E tale avventurosa ricordanza
Lui consolava, e gli rendea sovente,
Od accresceagli della fede il raggio!

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V’amo, o Processïoni! e v’amo tutte,
Pubbliche preci dalla Chiesa alzate
Ad inforzarci in perigliose lutte!

Io son quell’un, che da dubbiezze ingrate
Afflitto in gioventù, pur vi cercai,
Ed hovvi schiettamente indi onorate.

E non sol nelle feste, ove, i suoi rai
Nascondendo, intervien l’Ostia divina,
D’indicibil dolcezza io m’esaltai;

Ch’ovunque l’uom pregando pellegrina
Affratellato al suo simìle e canta,
Sento un poter che a Dio mi ravvicina.

Quant’amo l’adunanza umile e santa
De’ confidenti nell’amor di Quello
Che di bei fiori le convalli ammanta!

Congregati alle miti aure d’un bello
Mattin di maggio, in copia anzi la chiesa
Ecco stan villanel con villanello.
Ed ecco, il piede innoltran per la scesa
Giovani donne, e nel tugurio resta
L’avola antica alle faccende intesa.

Ed il sacro Pastor move la festa,
Guidando i parrocchiani in mezzo ai prati,
E in mezzo a’ campi e in mezzo alla foresta.

Mirano con dolcezza i germogliati
Frutti di quel terreno, e pel ricolto
Litanïando invocano i Bëati;

E il passegger da lunge dando ascolto
Alla rustica prece, si commove,
Ed anch’egli a pregar sentesi volto,

E forse da mal opra indi si move.

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Udran certo la prece devota
I Bëati che sono appo Dio;
L’udrà l’Angel del bosco e del rio,
L’udrà l’Angel del monte e del pian;
E le debili umane parole
Commutando in concento divino,
Le alzeran fino all’Unico-Trino,
E felice la messe otterran.

Ma se pur le parole dell’uomo
In concento divin commutate
Al Signor non salissero grate,
E vibrasse tremendo flagel,
La preghiera che alzaro i credenti
Infeconda giammai non si fora,
Sempre i cor la preghiera migliora,
Sempre l’uom riconcilia col ciel.

E dopo l’anno in cui sole o procella
Di frutti la campagna han desertato,
Riedono i contadini in la novella
Stagion di maggio al supplicare usato.
Di sue peccata ognun castigo appella
L’arsura o i nembi del trist’anno andato;
Ognun con penitenza più sincera
Da Dio depreca tai sciagure, e spera.

Venga a que’ giorni il vate ed il pittore
Sulla bella collina d’Eridàno,
E contempli quel quadro incantatore
Cui son limite l’alpi da lontano.
Di bellezza uno spirito e d’amore
Diffuso è là sui monti, e là sul piano,
E qui sui poggi, e sui due fiumi, donde
Accarezzan Taurin le amabil onde.

Il vate ed il pittor vedrà un incanto;
A sì bel quadro unirsi novo ancora:
Escon le forosette in bianco ammanto
Da diversi tuguri anzi all’aurora,
Ed affrettano il passo al loco santo,
Ove la campanetta suona l’or;
Passar indi tra questo albero e quello
Vedesi colla Croce il pio drappello.

Pingetemi raggiante dall’Empiro
Degli Angiol la Regina che sorride:
Dicesi che talor nel sacro giro
Delle Rogazïoni alcun lei vide;
Dicesi che commossa dal sospiro
Di quell’anime semplici a lei fide,
Col divin Figlio i campi benedisse,
Nè gragnuola per molti anni li afflisse.

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E belle son le supplici
Pompe di penitenza in alto lutto,
Quando da morbo orribile
A gran terrore un popolo è condutto.

Per alcun tempo attonite
Portano le cittadi il flagel rio,
Indi, poichè ogni provvida
Arte inutile appar, volgonsi a Dio.

Ed allor sorgon uomini
Per eloquenza e santo cor sublimi,
E con ardir magnanimo
Rinfacciano lor colpe ai grandi e agl’imi.

Della rampogna ridere
Vorrìa il perverso, e già il malor lo afferra:
Jeri con vil tripudio
Opprimea l’innocenza, oggi è sotterra.

Prendon la Croce gli umili,
E più d’un già superbo anche la prende,
E il penitente cantico
Da migliaia di cuori al cielo ascende.

Religïon fortifica
Gli animi che depressi avea paura,
E quindi all’aer malefico
Più robusta resiste anco natura.

Religïon le torbide
Coscïenze deterge, indi le calma,
E più efficaci i farmachi
Opran nell’uom, qualor pacata è l’alma.

Accumular prodigii
Potria certo il Signor, ma senza questi
Pur con sue leggi solite
Sana e protegge chi a ben far si desti.

Il penitente popolo
Dopo le preci meno ismorto riede,
E più costante esercita
Sua carità, perchè doppiata ha fede.

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Ed allor men sovente abbandonati
Van gli egri da’ famigli e da congiunti;
E più d’un egro che di duol perito
Fora per l’abbandon, s’altri l’aiuta,
Forze ritrova, e più del morbo i dardi
A lui non son mortiferi. In tal guisa
Scema la strage a poco a poco, e cessa.

Ah! in questi miseri anni Europa invasa
Dall’indica per l’aer corrente lue,
Quanta per ogni loco alzar dee lode
A te, Religion! Dove i più ardenti
Soccorritori delle inferme turbe?
Eran color che a beneficio spinti
Venìan da fede! Eran le pie fanciulle
Vincolate da voto a farsi ovunque
Ancelle de’ languenti! Eran dell’are
Degni ministri! Erano illustri o scuri
Concittadini che schernir solea
La vigliacca empietà, perchè prostesi
Sovente all’are onde traean virtude!
E te fra tanti ardimentosi egregi,
Ottogenario Vescovo, annovrava
La nostra Cuneo dianzi, a’ più tremendi
Lunghi giorni di morte e di spavento!

Te col drappello de’ tuoi forti amici
Cingeano indarno gli ululi codardi,
E i turpi esempli di color che aïta
Negavano a’ giacenti! Impallidìa,
Ma per alta pietà, non per paura
La vostra fronte, ed al pallor gentile
Succedea sulle guance il nobil foco
Della vergogna per l’altrui fiacchezza.

E quando truce cova, e già scoppiando
Va in queste Taurinensi aure la lue,
Chi a’ bisogni provvede e rischi affronta,
E sprona, e gare generose incìta?
Alme prodi son desse, a cui ben nota
Religion senno e costanza infonde!
E fra tali, io con giubilo un amico
Vidi primo scagliarsi all’ardue cure
Che salvaron la patria; e fra i gagliardi
Che il seguitavan, godo altri a me cari
Scorgere e benedire, e vieppiù amarli!

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Ma il dolor pur rammentiamo
D’altre turbe supplicanti:
Stirpe misera d’Adamo,
Numerar chi può tuoi pianti?

~~~~~~~~~~

Più d’una volta
Furon vedute
Disperar quasi
Della salute
Assedïate
Degne città.

L’oste che i muri
Ivi circonda;
Desolò questa
E quella sponda;
Scevra si vanta
D’ogni pietà.

Pubbliche preci
La Chiesa intima,
Anzi agli altari
Ciascun s’adìma,
Indi procede
Ignudo il piè.
La mescolanza
Del lor dolore,
Del loro grido
Al Salvatore,
In tutti i petti
Cresce la fè.

Dopo la pompa
Il capitano
Ripon sull’elsa
L’ardita mano,
Ed ispirato
Snuda l’acciar,
«Chi di voi sente
»Iddio con noi?
»–Tutti il sentiamo!»
Sclaman gli eroi.
Apron le porte,
Vanno a pugnar.

Scossa, atterrita
L’oste nemica,
A ripulsarli
Mal s’affatica;
Già si scompiglia,
Si dà a fuggir.
Mai non è, vinto
Chi vincer crede:
Negl’irrompenti,
Opra la fede:
Salva è la patria
Presso a perir!

~~~~~~~~~~

Chi son que’ feroci
Che d’Asia partiti,
Di tutto Occidente
Percorrono i liti?
Rapinan, devastano
Campagne e città.
Il lor capitano
È demone od uomo?
Da niuna possanza
Giammai non fu domo.
Flagello di Dio
Nomar ei si fa.

Le Slaviche terre,
Le terre Tedesche
Sopportan sue stragi,
Sue luride tresche;
Le Gallie lo veggono
Sovr’esse piombar.
Ma il barbaro in mezzo
Al sangue, alle prede
Non gode, se Roma
In polve non vede;
Ed eccol dall’Alpi
Furente calar.

Qual possa di braccio
Avria soffermato
Chi tanto al suo ferro
Già, avea soggiogato?
Qual gente dal Tevere
Incontro gli vien?
Un duce canuto,
Magnanimo, forte,
Non forte di schiere
Datrici di morte;
La sola sua fede
Il guïda, il sostien.

Quel duce vestiva
D’Apostolo il manto;
Portava in sue mani
Il Re sempre Santo;
E folto seguialo
Pregante drappel.
Ed Attila, fero
Flagello di Dio,
Innanzi agl’inermi
Tremò, impallidìo,
E disse: «Non voglio
«Pugnar contro il Ciel!»

Perchè retrocesse
Con tanto spavento?
Vid’ei nelle nubi
Un vero portento,
O tutto il prodigio
Oproglisi in cor?
Dicevano gli Unni
Con rabida voce:
«Per quale incantesmo
»Ci vinse la Croce?»
Ed Attila urlava:
«Fuggiamo il Signor!»

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 Ah! dolce siami ricordarmi ancora
Processïoni d’altri cuori amanti,
Volte a far sì ch’uom santamente mora;

Allorquando a’ fratelli doloranti
Sovra il letto di morte vien portato
Quel Dio che si commove a’ nostri pianti.

Brama la Chiesa intorno a sè adunato
Stuolo di figli allora, ed indulgenza
Materna a chi v’accorra ha pronunciato.

Per le vie con sollecita frequenza
Suona la nota squilla annunziatrice
Di quel mister d’amore e sapienza.

E già la donnicciuola, osservatrice
De’ pii dettami, il suo lavor sospende,
E prega per l’incognito infelice,

E lascia l’officina, e il passo tende
Con altri umili artieri al loco santo,
E il cereo appo l’altar ciascuno accende.

Ivi ad artieri e a donnicciuole accanto
S’inginocchiano tai, che più cortese
Hanno il contegno e le sembianze e il manto.

Il vario grado qui sparisce; intese
Tutte quell’almo al Re del Ciel si stanno
Che in man dell’uom dalla sua gloria scese.

Sostegno quattro fidi ecco si fanno
Al padiglion, sotto cui l’Ostia viene
Riparatrice dell’eterno danno

Escon del tempio, e in meste cantilene
Salmeggiano il bel carme in che il Profeta
Reo si chiamava, ed estollea sua spene.

All’ansio mover della schiera è meta
Il tetto di fratello o di sorella,
Cui forse morte è già da Dio decreta.

E talor quell’afflitta anima in bella
Giace magion, che al volgo ivi stupito
Rammemoranza d’alte gioie appella.

Allor più d’un fra gl’infimi è colpito
Dal sentir ch’è pur cosa egra e mortale
Uomo a sorti sì splendide nodrito.

E tra sè dice: «Ai fortunati oh quale
»Stolta invidia portai, se tutti dee
»Involver duolo ed esterminio eguale!»

E mentre le atterrite alme plebee
Il vil livor depongono, e commosse
Pregan per lui che l’ultim’aure bee,

Con dolcezza rammentan com’ei fosse
Modesto in sua possanza, e come pure
L’altrui miseria a pietà sempre il mosse.

Ovver tristi rammentan le pressure
Ch’oprate lunghi giorni ha il vïolento,
Insultando degl’imi alle sventure.

Lagrime versa quei di pentimento,
E scorge di perdon raggio felice
Entro al cor ricevendo il Sacramento:

E a sè d’intorno mira e benedice
La carità di quella pia congrèga,
Che i torti obblìa dell’alma peccatrice,

E pel suo scampo sempiterno prega.

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Chi sì fredda laudar mente potrìa
Sì del bello avversaria e del sublime,
Che la potenza non ammiri ed ami
Del gran mister? Mentre all’infermo è data
Per patire o morir forza oltr’umana,
Uno spirto di serii pensamenti
E di mutua pietà gli astanti afferra;
E ciascun dal palagio ov’oggi han regno
Le dolorose infermità e la morte,
Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio,
Più memore del cielo e più benigno.
Nè spettacol men alto è quando tragge
Il Pan celeste al miserando letto
Dell’indigenza. Fra lo stuol seguace
Dell’adorabil visita divina,
Donna s’annovra illustre e generosa,
Ben conscia già di luride scalee
E di covili ov’han mendici albergo.
Ed ella dietro al Salvatore ascende
Alla povera stanza; e gentilmente
Del suo splendido stato si vergogna,
Ed aïtar tutti vorria gli afflitti.
Egra giace una vedova, ed intorno
Lagrimosi le stanno i figliuoletti
Della fame dimentici, e accorati
Sol perchè temon pe’ materni giorni.
Della Comunïon pur non vorrebbe
Questa mirarli nel solenne istante;
Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi,
Pensando a Dio, ricadon sovra i figli,
E s’empiono di pianto.–«Oh figli miei!
«All’infrenabil mio materno lutto
»Deh non badate, e voi consoli Iddio!
»A lui vi raccomando: ei padre ognora
»Fu de’ pupilli derelitti; piena
»Fiducia abbiate in lui!» Così l’inferma
Geme ed abbraccia ad uno ad uno i cari;
Poi, vinta dall’angoscia, obblia di nuovo
La voluta fiducia, e per delirio.
Lamentosa prorompe: «Oh delle mie
Viscere amati frutti! ov’è chi prenda
Cura di voi, quand’io sarò sotterra?
–Per mezzo mio li aiuterà il Signore!»
Dice l’illustre donna ivi prostrata;
E s’alza, ed alla vedova giacente
Le braccia stende, e al sen la stringe; e questa
Effonde il core in voci alte di gioia,
Dicendo: «Io moro consolata! a’ figli
«Che in terra lascio, resterà una madre!»
Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a’ campi
Avvïarsi la visita d’Iddio
A povera magion. Seguii la turba,
Per l’infermo pregando, e quell’infermo
Canuto essere intesi agricoltore
Presso al centesim’anno. Ove giacea
L’onorato vegliardo? In una stalla!
A manca erano i buoi; spazio bastante
Libero stava a destra, e un letticciuolo
Ivi il padre capìa della famiglia.
E in quella stalla il Creator del mondo
Entra a soccorrer l’uomo! ad onorarlo!
A nutrirlo di sè! tanto è il prodigio
Dell’umiltà divina, o tanto agli occhi
Del Crëator sublime cosa è l’uomo!
Ah! ben desso è quel Dio che in una stalla
Nascer degnava, e palesar che in pregio
Gli era il mortal, non per potenza ed oro,
Ma per l’umana sua nobil natura!
Oh mirabile vista quel languente
Che dal guancial la testa sollalzava,
Bella per bianche chiome, e pel sorriso
Della pace di Dio! mirabil vista
L’atto in cui della debil creatura
Cibo si fa il Signor! Chi non di dolce
Stilla bagnate aver potea le ciglia,
Ripetendo le preci?–E la pietosa,
Ond’or parlai, che della vedov’egra
L’oppresso spirto avea racconsolato,
Non è del vate invenzion. Mi stava
Quell’angelica donna appunto a fianco
Or nella stalla del canuto. E quando
Il Sacerdote retrocesse, allora
Sorse l’egregia, e avvicinossi al letto,
E favellò non so quai detti al vecchio,
E nelle antiche palpebre io vedeva
Gratitudin rifulgere e contento.

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Ma non così pacifiche
Sempre si volgon l’ore
Al figlio della polvere,
Quando patisce e muore.

Colui tre volte misero
Che in suoi peccati è spento,
Di cui la gente mormora:
«Non ebbe il Sacramento!»

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Assai meno, assai meno infelice
Di chi muor senza luce d’ammenda
È colui che da legge tremenda
Vien dannato a precoce morir!
Fur gravissimi forse i delitti
Che macchiaron la vita del tristo;
Ma piangendoli a’ piedi di Cristo,
Spera in ciel perdonato salir.

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Ed anco a tal dannato a fera morte
Religïon moltiplica sua cura:
Ella sola al gran passo il rende forte,
Che vinta da terror fora natura.
Arrivato d’un tempio appo le porte
Perchè il fermano? Oh ciel! che raffigura?
Dall’altar mossa l’Ostia avvivatrice,
Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedetta
L’ultima volta dal Signore in terra,
E con più vigoroso animo accetta
La fune onde il carnefice la serra:
Che è mai la morte al misero che aspetta
Grazia colà, dove non è più guerra?
Ch’è mai la morte all’uom quaggiù imprecato,
Se Iddio gli dice in cor: «T’ho perdonato!»

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Le varie pompe tutte
Uopo non è che annovri il verso mio,
Onde sovente addutte
L’anime sono a rammentarsi Iddio,
E onde abbelliti vanno
Di vita il corso ed il postremo affanno.

Io tutte v’amo, quante
Istitüì la provvidente Chiesa
Processïoni sante!
Sol per la mente a basse cose intesa,
Il senno dell’altare
Non benefizio, ma stoltezza appare.

Io v’amo, o pompe! ed amo
Pur la più mesta; quella in cui giacente
Nel fèretro seguiamo
Il simil nostro, che di nobil ente
Sulla terra mutossi
In carne data a’ vermi e in poveri ossi.

Oh commovente gara
Il congregarsi ad onorar per via
La sventurata bara!
L’alzare ancora in fùnebre armonia
Un voto pel fratello,
Di cui le spoglie inghiottir dee l’avello.

Soleasi a’ dì lontani,
Che barbari a ragion forse son detti,
Ed in cui pur gli umani
Portavan reverenza a’ begli affetti,
Soleasi da’ congiunti
Pianto sacrar, solenne a’ lor defunti!

Mutò la degna usanza,
E quando un genitor serrato ha il ciglio,
Più intorno non gli avanza
Nè la consorte, nè un diletto figlio:
Decenza impone a questi
Sgombrar lochi per morte oggi funesti.

Ah! ben più venerando
Era a’ tempi de’ barbari il compianto
Delle famiglie, quando
I figliuoli mescean lagrime e canto,
Venendo primi dietro
All’orribile e in un caro ferètro!

Fretta mi par non pia
Il fuggire un amato, appena e’ muore;
Il non voler qual sia
Prova a lui dar di pubblico dolore:
Ma ben è ver, che ascoso
Pur gronda il pianto–e spesso è più doglioso!

Se quei che vincolati
Son per sangue col morto, alla gemente
Pompa non son restati,
Folta dietro la bara è pur la gente:
Misto al terror, v’è un forte
Amor nell’uom per l’alta idea di morte.

Chi vive puro, i grandi
Proponimenti inforza a quella vista,
E chi traea nefandi
I giorni suoi, sogguarda e si contrista:
D’ognuno a tal pensiero
Scossa è la mente e richiamata al vero!

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Ma poichè il più giulivo e il più dolente
Fra quanti riti a noi la Chiesa espone,
Ha in sè di grazia spirto onnipossente,
Che al cor favella ed a virtù dispone,
Star giammai non si vegga ivi il credente
Col vil sorriso che a bestemmia è sprone:
Ne’ templi e fuor de’ templi ogni atto pio
Puote e debbe nostr’alme alzare a Dio.

V’amo, o pompe divine! e prego il Cielo
Ch’io mora in patria ove sien usi santi,
Ove alla tomba il mio corporeo velo
Dato non sia da ignoti o da sprezzanti,
Ma pochi amici con pietoso zelo
Seguano la mia bara salmeggianti,
E valga sì de’ lor sospiri il merto,
Che tosto siami il sommo regno aperto!

Silvio Pellico, Italia, 1789-1854

El hombre

Omia possum in eo qui me confortat. (Philipp. 4, 13)

 

Capir non può l’umano spirto quale
Fosse dell’uom la prima, alta natura,
Pria che i suoi giorni avvelenasse il male.

Ma di natia grandezza un resto dura
Pur d’Adam nel nipote sventurato,
Che un Dio, piucchè una belva, in sè affigura.

Quel corrucciarsi del suo abbietto stato
È ad un tempo alterigia e sentimento
Ch’ei pel fango terren non fu creato.

Giocondo del suo pascolo è l’armento,
E se rugge il leon, rugge per fame,
E quand’è sazio, anch’ei posa contento.

Solo il mortal, benchè ogni senso sbrame,
E si sforzi a letizia, ode una voce
Che in cor gli grida:–L’ore tue son grame!

Sempre muta pensier, sempre lo cuoce
Uopo sfrenato di scïenza o possa,
Sempre una spina a sue calcagna nuoce.

Solo fra gli animali ei pur dall’ossa
De’ cari estinti aspetta vita, e crede
Sovrastar gioie e danni oltre alla fossa.

In ogni secol l’uom si vanta erede
D’avito senno e cresciutissime arti,
Ed egualmente sitibondo incede.

Ambisce ragunar tutti i cosparti
Lumi dell’universo, e farsi Iddio,
E rifuggongli quei da cento parti.

Agogna fama, e lo ravvolge obblio,
Sanità cerca, e infermità l’abbatte,
Sa di peccare, e vorrebb’esser pio.

Contr’altri, contra sè freme e combatte,
Vuol parer dignitoso ed assennato,
E il premon fantasie luride e matte.

Egli è un astro smarrito ed oscurato
Che di sua prisca gloria un raggio serba,
E volge a rallumarsi ogni conato.

Egli è una cosa angelica e superba,
Egli è un Nabucodonosor del cielo,
Dannato co’ giumenti a pascer l’erba.

Sull’intelletto suo s’è steso un velo,
Ch’ei maledice ed agita, e attraverso
Scorge il tesor perduto ond’è sì anelo.

Come offes’egli il Re dell’universo?
Qual fu l’arbor vietata ch’egli ha tocca?
Sin quando in mezzo a’ vermi andrà disperso?

Basti che mentre di giustizia scocca
L’ineluttabil folgore sull’uomo,
Sull’uom misericordia anco trabocca.

Basti che sì da colpa ei non è domo,
Che per mano di Dio non debba pure
Frangere il giogo, e avere in ciel rinomo.

Basti ch’ei fra ignominie e fra sciagure
Sta grande e conscio di virtù divine,
E gli destan rossor vizi e lordure.

Ei molto ignora, ma le sue rovine
Attestan quella origin ch’egli avea,
E suda a restaurarle insino al fine;

E abborre l’angiol vil che il seducea,
L’angiolo vil che invano ognor gli grida:
«Nulla tu sei che argilla stolta e rea!»

Taci, bugiardo spirto! Iddio m’affida:
Ei non m’ha tolto, come a te, l’amore:
Uom si fe’ perch’io ‘l veda ed abbial guida.

Servo a lui son, ma sono a te signore;
Mal cangi astutamente e viso e manto,
Per trarmi fra tuoi schiavi al tuo dolore.

Mal di filosofia t’usurpi il vanto,
Per insegnarmi il tuo esecrando scherno
Sull’alte mire del tre volte Santo!

Io caddi al par di te dal regno eterno,
Ma non sì basso; e se mi curvo al suolo,
Non è per invocar fango ed inferno,

Bensì lui, che raddurmi al ciel può solo!

La redención

Bibite ex eo omnes. (Matth. 26,27.)

 

Uom, chi sei? Non t’inganni l’argilla
Ov’hai stigma d’obbrobrio e di morte.
In quel fral maledetto sfavilla
Una luce che a Dio somigliò.
Spaventosa e sublime parola!
Dio nell’uom crea di luce uno spirto,
Che dovunque Dio s’alzi trasvola,
Che l’abbraccia, che in lui tutto può.

Antichissima colpa ed oscura
Dal felice cospetto del Padre
Quell’altissima un dì creatura
Discacciò, preda a vermi e dolor.
Disputar colle belve la terra
L’uom fu visto, alle belve agguagliato;
Gli elementi gli mossero guerra,
Nulla il vinse: egli grande era ancor.

Ma più grande il fe’ guardo d’amore
Ch’ei pentito osò volgere al cielo:
Da quel guardo fu preso il Signore,
Scese un giorno, e coll’uomo s’unì.
Non fu tolta alla colpa ogni pena
Per giudizio ineffabil del Santo,
Ma la _coppa del duol_ fu ripiena
Di quel Dio che coll’uomo patì.

Da quel giorno s’inchina al mortale
Ogni mente che inchinisi a Dio,
Perch’entrambe con palpito eguale
Condivisero gaudio e martìr.
Da quel giorno gli spirti del cielo,
Cui straniera fu sempre sventura,
Santa invidia portaro all’anelo
Che per Dio può con gioia morir.

Dal suo abisso l’eterno perduto
Leva il capo, e con perfido ghigno
Grida:–Vieni, o tu forte caduto!
A me vieni, io de’ forti son re!
E il fellon nega un Dio salvatore;
Ma il mortale a quell’empio risponde:
–Sento ignota virtù nel dolore,
Ciò mi svela che il Provvido v’è!

Sì, v’è Dio, l’adorabile, il forte!
Fatto l’uom a sua immagine avea:
Ei dell’uom meritevol di morte
Fessi immagine, e a sè il rïunì.
Oh magnanimo, a tanta bassezza
Sceso sei per restarne vicino!
Più non nuoce, no, morte, se spezza
L’incantesmo che a te ne rapì.

Oh mio Dio! più di morte, crudele
È il dolor che dividemi il core,
Ma il dolor convertì l’infedele,
Anco i giusti migliora il dolor.
Vero è il fatto, innegabil, tremendo:
Non v’è in terra virtù senza pianto.
Ecco il seno: ah! ch’io t’ami piangendo!
Ecco il lacera, il lacera ancor!

Benchè al misero umano intelletto
Sollevar non sia dato quel velo,
Onde piace a colui ch’è perfetto
Di sue vie le cagioni coprir,
Pur traspar sapïenza divina,
Tra la nube dell’alto mistero,
In quel lutto che l’anime affina,
In quel Dio che per noi vuol morir;

In quel nobile amor d’un fratello
Che patisce per empi fratelli;
In quel gran, di giustizia, modello
Che ad un tempo è increato e mortal!
In quel senno che sembra follia,
Ed è stimolo a somme virtudi,
Che qual ombra fugò idolatria,
Che fra tutti i nemici preval!

La Cruz

Confidite: ego vici mundum! (Ioh. c. 16.)

 

E chi ingannato non sariasi quando
All’inesperto giovane intelletto
Tal si volgea drappello venerando
Per alta fama ed eloquente affetto,
Che virtù promettendo, ed appellando
A sublimanti indagini ogni petto,
Dicea: «Siam nati a illuminar la terra,
A tutte ipocrisie movendo guerra!»

Qual età vide mai zelo cotanto
D’ardenti ingegni, or concitati all’ira
Contro menzogna, or concitati al pianto
Sulle stoltezze in che il mortal delira?
Sì che spesso il lor dir quel grido santo
Parea che il cielo a’ suoi profeti ispira,
Onde riscosse da letargo indegno,
Movan le genti di giustizia al regno!

Tonerà in quanti secoli fien dati;
Alla palestra degli spirti umani,
Tonerà il giusto contro i danni oprati
Da’ fratelli perversi e dagl’insani;
E quel tonar perenne i cor bennati
Da ignobil opra tener può lontani,
E più li infiamma od infiammar dovria
A sacrifizi, a onore, a cortesia.

Ma sciagura sui popoli e sui regi
Quando frammisti a nobili pensieri
Potentissima scuola alza dispregi
Sovra la fonte degli eterni veri!
Sciagura sugli stessi animi egregi
Che allor di luce esser vorrian forieri!
Del vaneggiar d’illustre scuola tersi
Arduo a loro medesmi è rimanersi.

Ed in simile tempo io son vissuto!
Famosi audaci avean deriso l’are,
E affascinata dallo scherno astuto
Prendea quelli la turba a idolatrare;
Bello parve ostentar disdegno arguto
Verso chi preci a Cristo osasse alzare,
E più d’un per viltà vituperava
Quell’Evangel ch’ei pur nel cor portava,

Io dentro al cor portava l’Evangelo,
Nè bestemmie contr’esso unqua avventai;
Ma perchè s’irrideano e preci e zelo,
Non curanza di Dio spesso mostrai,
E agguagliato agli immemori del cielo,
Plausi e piaceri e vanità anelai;
E pur nell’alma ognor udia una voce,
Che dicea: «Dove vai? Riedi alla Croce!

«Riedi alla Croce! mi dicea; sì sforza
Calunnia indarno di tenerla a vile:
La Croce sol gl’indegni fochi ammorza,
La Croce sol fa l’uom grande e gentile,
La Croce sol dà all’intelletto forza
Di diventare all’Uomo Iddio simìle;
Se ipocriti talor stanno a’ suoi piedi,
Non fuggirla perciò: gemine, e riedi!

«La Croce altro non è ch’alta dottrina
Di generosi e giusti sacrifici;
La forza d’affrontar doglie e rovina
Per giovare a’ tuoi cari e a’ tuoi nemici;
L’ardir congiunto ad amistà divina;
La virtù che nel cielo ha sue radici.
Chi per la Croce, ov’ei non sia demente,
Meraviglia ed ossequio e amor non sente?

«E se tu vedi ciò ch’ell’è, se l’ami,
Perchè di lei vilmente arrossirai?
Perchè, se il travïato empia la chiami,
All’impudente voce arriderai?
Di lui spregia e compiangi i ghigni infami,
Nè incodardir, sotto agli obbrobrii mai:
Della Croce magnanimo seguace,
Dimostra quanta in abbracciarla hai pace.

«Dimostra che la Croce a chi davvero
Suoi pregi indaghi, scema ogni amarezza;
Dimostra col tuo oprar, non esser vero
Ch’ella guidi a torpore ed a fiacchezza;
Dimostra che alto fa l’uman pensiero,
Che a tutti i grandi e forti atti lo avvezza;
Dimostra che se ride all’ignorante,
Pur del nobil sapere è sempre amante!

«Pari ad ogni miglior vantata scuola
La Croce insegna dignità ed amore;
Ma in lei sol v’è possanza di parola
Che inforzi, e persüada, e appuri il cuore;
Unica le angosciate alme consola,
Unica abbellir puote anco il dolore:
Ogni scuola miglior tituba e illude,
Dubbii ed error la Croce sola esclude».

Tal mi sonava in cor voce gagliarda,
Or è gran tempo, e s’io non l’obbedìa,
Del mio spirto esitanza era infingarda,
E di rapidi, lieti anni malìa;
La retta via scernendo, io la bugiarda
Con secreti rimorsi ognor seguìa:
Mesto or che tanto resistessi al vero,
Miro la Croce–e in sue promesse io spero!

Los Ángeles

Qui facis angelos tuos spiritus. (Ps. 103).

 

Con un sol cenno, è ver, l’Onnipossente
Può governar gl’innumerati mondi,
Scevro d’ausilio di creata mente;

Ma più degno è di lui ch’ami e fecondi
L’universo d’angelici Intelletti,
Di cui l’opra sue grandi opre secondi.

Ei così volle, e spirti a lui soggetti
Adempion suoi decreti in ogni loco,
Quali a premiar, quali a punire eletti.

L’Angiol del Sol, da quel beante foco
Ai circostanti globi è fatto legge,
E della luce incantali col gioco.

Ed ogni astro ha uno spirito che il regge,
Od hanne molti, giusta ch’ivi è bello
Esser vario de’ duci il santo gregge.

La nostra terra di sventure ostello,
Ostello è pur di squadre celestiali,
Onde scempio non facciane il rubello.

Per fraterna pietà si fean coll’ali
Agli occhi vel, lunge l’acciar rotando
Ai cacciati quaggiù primi mortali.

E d’Adamo fu l’Angiol, che allorquando
Reo lo mirò–«Non disperar! gli disse,
«L’Eterno puoi placar, te umilïando!»

Poscia ogni volta che la colpa afflisse
Cuori che si pentiano, il Signor tosto
Di consolarli ad uno spirto indisse.

Chi al fido Abramo che sul rogo ha posto
Il caro figlio ed il coltel già snuda,
La man rattiene? Un Cherubin nascosto.

E quando l’infelice Agar di cruda
Sete col figlio langue entro il deserto,
Dio fa che l’acque un Angiolo dischiuda.

De’ dolci Genii ognor s’accrebbe il merto
Di quest’esule argilla a giovamento,
Per cui sapean che Cristo avria sofferto.

Noi vediam nel soave accorgimento
Di Rafael (perchè Tobia giungesse
D’ogni più cara brama al compimento)

L’amor de’ nostri Genii: in lor le stesse
Ardono industri fiamme generose
Per l’alme peregrine a lor commesse.

E più lieti n’avvampan, dacchè impose
L’Eterno a Gabriello il gran messaggio,
E Maria «la tua ancella ecco!» rispose.

In quel bel dì le sfere tutte omaggio
Le prestaro, e degli Angioli reìna
Brillò una Donna di terren lignaggio!

Qual fu la gioia lor quando in meschina
Stalla videro nato il Dio lattante
Al sen della Mortal, fatta Divina!

Oh felice lo stuolo vigilante
De’ pastori che l’inno udiron primi,
Nuncio alla terra del celeste Infante!

Godo in pensar che allor fra que’ sublimi
Angioli avevi loco, Angiolo mio,
Tu che guidarmi or degna cura estimi.

Tu l’hai veduto quell’amante Iddio
Pender bambin fra le materne braccia,
E già per me il pregavi, e t’esaudìo!

E poi seguisti di Gesù ogni traccia
Pel cammin della vita, e poi vedesti
Sul fero legno sua languente faccia,

E di dolor sui falli miei piangesti!

 

II.

L’Angiolo! Oh amabil creatura! Un Ente
Tutto bellezza, e intelligenza e amore,
Che tutto legge nell’eternamente!

L’uom qual angiol saria se affrontatore
Della sconfitta sua stato non fosse,
Bandiera alzando contro al suo Fattore.

Ma il reo di sua stoltizia addolorasse,
E lagrime spargendo si sommise,
E Dio intese sue preci, e si commosse.

Del mortale a custodia un Angiol mise,
Che lo guidi e consoli, e ognor ripeta:
«Tieni a salute le pupille fise».

Dal giorno poi che nostra afflitta creta
Iddio venne a vestire ed a noi diessi,
Dolorando e morendo, esempio e meta,

Portando noi del divin sangue impressi
Sulla fronte i caratteri possenti,
Più invidia non ci fan gli Angioli istessi.

Angioli siam noi pur, benchè gementi
In questo passeggier regno di morte:
Gesù nobilitò nostri tormenti!

Perdermi ancor potrei; ma la mia sorte
Fidata venne ad un guerrier del cielo:
Ei mi regge e difende con man forte.

L’Angiol che per mio bene arde di zelo
Amo, e cerco, ed invoco, e benedico,
E pur di poco amarlo io mi querelo.

Ei fra’ creati fu il mio primo amico!
Il Genio che svolgea ne’ miei prim’anni
Del Bel l’amore, ond’oggi il cor nutrico!

Il confidente de’ secreti affanni!
L’incanto che i pensier m’ha raddolciti!
Il braccio che strappommi a crudi inganni!

Oh tutti voi, che da dolor colpiti
Gemete in questa valle, abbiate spene
Ne’ tutelari Spirti a voi largiti!

Io troppo spesso ad amistà terrene
Volli appoggiarmi, ed eran pochi i fidi
Che davver s’attristasser di mie pene.

I più m’amavan per sè stessi, e vidi
Taluni rinnegarmi, e perfid’eco
Far contra me di vil calunnia a’ gridi.

Ed io, folle, piangea!–Ma quand’io meco
Sentìa il celeste amico mio verace,
L’angosciato mio core effondea seco,

Ed ei benigno v’istillava pace!

 

III.

Angiol mio, dove sei? Mai dal mio fianco
Non ti partir, che s’appo me non t’odo,
Tu sai quanto al ben far divenga io stanco.

Di vane inquïetudini mi rodo,
Se a me incessantemente non favelli,
E ai vili penso, e d’abborrirli godo.

Ottienmi ch’io perdonar sappia ai felli,
Ed opri ognor secondo te, secondo
L’orme de’ miei più nobili fratelli.

Gareggia cogli altr’Angioli che al mondo
Offron nelle guidate anime forti
D’ardue virtù spettacolo giocondo.

Perchè ne’ dì lunghissimi che assorti
Vissi in prigion, mi sfavillò sì grande
La dolce carità de’ tuoi conforti?

Perchè tratto m’hai poscia infra ammirande
Anime care, ond’una al guardo mio
Raggi con te di Paradiso espande?

Perchè in me suscitasti alto desìo
D’obbedire a quell’una, e perchè festi
Ch’ella a me dir curasse: «Amiamo Iddio»?

Grazie, grazie, Angiol mio, de’ manifesti
Segni di fratellanza! ah sì, tu m’ami!
Tu vuoi condurmi a giubili celesti!

Tu in guise inenarrabili mi chiami,
Per me paventi della colpa i lutti,
E mi sveli d’inferno i lacci infami.

Salve, bell’Angiol mio! salvete tutti,
Angioli tutelanti l’universo,
Perch’egli a Dio suprema gloria frutti!

Quanti siete v’imploro, a fin che immerso
Non vada alcun d’infra gli amati miei
Nella voragin dello stuol perverso!

E te precipuo invoco, Angiol, che sei
Protettor delle belle Itale rive,
Difendi il popol mio da influssi rei!

Tuoni del Campidoglio in sul declive
Sì possente la voce della Chiesa,
Che salvatrice a tutte genti arrive!

E la face crudel della contesa
Fra le varie contrade Itale spegni,
E ferva ognuna al comun bene intesa!

E dell’alma Penisola i bei regni
Di dura signoria non giaccian preda,
Ne’ di plebei sovvertitori ingegni!

Ad ogni alta virtù l’Italo creda!
Ogni grazia da Dio l’Italo speri!
E credendo e sperando ami, e proceda

Alla conquista degli eterni veri.

Las Iglesias

Altaria tua! Domine virtutum. (Ps. 83, p. 4)

 

Oh di preghiera e verità e conforto
E sublimi pensieri amate case,
Case di Dio! sin da’ primi anni a voi
Con rispettosa tenerezza il guardo
Io rivolger godea, come a ricovro
Di prole addolorata entro riposta
D’ottimo padre stanza, a’ filïali
Lamenti sempre ascoltator benigno.

Lunghe l’infanzia mia tenner vicende
D’infermità e mestizia. A me d’intorno
Giubilavano vispi e saltellanti,
E di bellezza angelica festosi,
I pargoletti di que’ giorni, ed io,
Nato robusto al par di lor, caduto
In rio languor vedeami, ed in secreti
Indicibili spasmi; e spesse volte
Morte ponea sovra il mio crin l’artiglio,
Ma per gioco ponealo, e mi sdegnava.
Così che pur ne’ dì quando men egro
Io strascinava il corpicciuolo, e lieta
La voce uscìa dalle mie smorte labbra,
Tra i floridi compagni, ascosamente
Spesso mie brevi gioie interrompea
La pietà di mia fral, misera forza;
Ed impeti frequenti allor d’angoscia
Il petto mi premean, sicch’io fuggiva
A nasconder mie lagrime solinghe;
E quei che mi scopriano indi piangente
Per ignota cagion, mi dicean pazzo.
Salve, o gotici, begli archi del Tempio
Che di Saluzzo è gloria! Archi, ove m’ebbi
Alle mistiche fonti il nome caro
D’un tra i vati gentili, onde graditi
Sonaron carmi per le patrie valli.
Palpiti d’esultanza erano i miei
Quando me tenerello a quell’angusta
Chiesa portava a’ dì festivi il pio
Braccio materno; e ricordanza vive
In questo cor della speranza arcana
Che molcea i mali miei, quando su quelle
Antiche, venerande are il mio ciglio
Supplicemente ricercava Iddio.
E salve, o tempio di men nobil foggia,
Ma parlante a me pur dolci memorie,
In Pinerol, città seconda, ov’io
Riposai le mie inferme ossa crescenti!
Là nelle vespertine ombre, al chiarore
Della lampada santa, io colla madre
E col fratel pregava la pietosa
Degli Angioli Regina e degli afflitti,
Ed in secreto a lei mi cordogliava
De’ malefici influssi, onde a’ miei nerbi
Strazio era dato, ed al mio cor tristezza,
Ed aïta io chiedeale, ovver la tomba.
Ma l’infantil querela uscìa con sensi
D’aumentata fiducia, e allevïarsi
In me sentìa l’affanno, e sentia l’alma
Di pensier fecondarmisi e d’amore.

Nelle tue, Pinerolo, aure dilette
L’adolescenza mia fu di soavi,
Religïosi gaudii confortata;
E indelebile è in me l’ora solenne,
Quando, trepido il sen, mossi all’altare
Tra drappelletto di fanciulli il grande
Atto a compir, di confermar col proprio
Conoscimento le promesse auguste,
Che di virtù magnanima al battesmo
Pronunciarono labbra altre per noi.

Oh nobil rito! oh santo olio! oh possente
Grazia del Crisma! oh simboli che tanto
A sublimi desiri alzan la mente!

Con pompa veneranda il Pastor santo
Presentasi all’altare, e a lui corona
Fan suoi pii Sacerdoti in aureo ammanto.

Celestiale armonia nel tempio suona
Di cantici divoti, e di pietate
Palpita il core a ogni gentil persona;

E più alle madri che nel vel celate
Delle viscere lor sui cari frutti
Tengono le pupille innamorate,

Scongiurando che a Dio s’elevin tutti.

«Re del ciel che noi madri volesti
Di que’ giovani spirti diletti,
Nel dolore li abbiam benedetti
Pria che i cigli schiudessero al dì;
Nel dolore li abbiamo allattati,
Custoditi li abbiam nel dolore:
Ah, per essi t’offriamo, o Signore,
Tutto ciò che nostr’alma patì!

Il tuo spirto divino discenda
In que’ teneri ingegni inesperti:
Li fortifichi, li alzi, li accerti
Della Croce per l’arduo cammin.
Oggi intendano e intendan per sempre
Che non nacquero a ignobile cura,
Che son enti d’eccelsa natura,
Che la palma celeste è lor fin!

Il tuo spirto divino addolcisca
Que’ germogli del sesso più forte:
Non paventin perigli, nè morte,
Ma li tempri alto senso d’amor!
Il tuo spirto divino sostenga
Que’ germogli del sesso più amante:
Sieno spose, o sien vergini sante,
Ma in bell’opre virile abbian cor!

E delle accolte, lagrimose madri
Col tacit’inno pe’ figliuoli amati
Il secreto consuona inno de’ padri;

Sebbene i maschi petti ammaestrati
Da esperïenza e fantasie più meste,
Veggan su que’ fanciulli or sì beati

Minacciose adunarsi, atre tempeste.

«Giovin’alme, or v’assecura
Quella pace che gustate
E all’Altissimo giurate,
Immutabil fedeltà:
Ma non conscii voi tocca l’aurora
D’un’età di prestigi e di guerra,
Che vi chiama, vi sprona, v’afferra,
Vi strascina, a qual meta non sa!

Ah, noi pur dal Crisma santo
Confermati esultavamo,
E spogliar l’antico Adamo
Era saldo in noi desir!
Ma spuntato quel tempo tremendo
Che i mortali a cimento conduce,
Spesse volte falsissima luce
In rei lacci ne fece languir.

Più gagliardi, più assistiti
Da invisibili portenti
Voi non domino i cimenti,
Voi più traggano a virtù:
Una stirpe formate di prodi
Che agli esempi vigliacchi s’involi,
Che la Chiesa gemente consoli,
Ch’altre stirpi consacri a Gesù»!

Mentre de’ genitori i voti accesi
Sorgono per la prole benedetta,
Stanno i fanciulli all’alta pompa intesi,

E ciascun d’essi palpitando aspetta
Lo Spirto Santo e la percossa, donde
L’alma a patir per nobil opre è eletta.

All’unzïone, al tocco, alle profonde
Del Vescovo parole, il giovin core
Con proposti magnanimi risponde.

Mai paventato non avea il Signore,
Come il paventa in quest’istante, e mai
Non avea per Lui tanto arso d’amore!

Nessun dica al fanciul: «Tu obblïerai
Questo gran dì»: più non possibil crede
Volgere a colpa affascinati i rai:

Trasmutato a quel rito in uom si vede;
Sdegna le vanità, sdegna i piaceri;
Più non vuol che Speranza e Amore e Fede,

E benefici, puri, alti pensieri,
E studi gravi, e faticante vita
Pe’ divini del Golgota sentieri!

Ah! benchè poi dopo cotanto ardita
Dolce fidanza, a tempo non lontano
Trascorra ov’a lui d’uopo è nova aïta,

Al Crisma santo ei no, non mosse invano:
Però che in lui ritorna con possanza
Questa voce secreta: «Io son cristiano»!

E ripiglia la Croce, e al ciel s’avanza.

~~~~~~~~~~

A me quella secreta, amabil voce
Più nella giovinezza non diè posa,
Sì che sovente alla gettata Croce
Rivolsi la pupilla timorosa;
E sebben mi paresse incarco atroce,
La riportai con esultanza ascosa,
Rammentando mia infanzia, quella Chiesa,
E quel Crisma, e la possa indi in me scesa.

E qual fu lo splendor d’un altro giorno:
Il giorno in cui di sè nutrimmi Iddio!
Ah! non in tempio di gran pompa adorno
Trarre allor mi fu dato al festin pio:
Genitori e fratei piangeanmi intorno,
E venne il Pan celeste al letto mio!
E l’accolsi agognando inclita sorte
Dopo la sovrastante ora di morte

Ma l’offerta ch’io pronto a Dio porgea,
Non fu accettata, e lunghi dì ancor vissi!
Oh! chi può dir con qual d’amore idea
Morte sperando al Salvator m’unissi?
Mille fïate poscia a me riedea
La ricordanza di quel giorno, e dissi:
«Deh, possa ancor con sì sublime amore,
Come in quel dì, ricever io il Signore!»

Quindi appena sui piè mi ressi alquanto
Dopo quel memorando atto divino,
Mossi alla chiesa, e di dolcezza ho pianto,
Ivi tornando al sovruman festino:
E mi parea che con dolor più santo
Io sopportassi l’egro mio destino,
E che tutto il mio core arder dovesse
In avvenir di quelle fiamme istesse.

L’ombra del tempio al giovinetto è invito
A pensieri gentili ed elevati:
Tacite preci, canto, augusto rito,
Tutto ivi il trae da’ ciechi impeti usati;
Tutto l’inizia a pregiar l’uom, munito
Di ragione e d’affetti alti ispirati;
Santa filosofia quivi il matura
Sì che in terra egli stampi orma secura.

Che se ignobile in terra orma sovente
Stampa il mortal che pio fu giovanetto,
Non è già perchè sia guida impotente
Religïone a obbedïente petto,
Ma perchè alla celeste Conducente
Sveltosi l’uom, s’affida a novo affetto,
E segue il proprio orgoglio e i vili esempi,
E teme la beffarda ira degli empi.

Oh come lor beffarda ira scagliata
Contro gli altari l’alma mia percosse!
Ed, ahi! la prima voce scellerata,
Che da innocente fede mi rimosse,
Uscì da tal, che, dopo aver sacrata
Sua vita al tempio, il divin giogo scosse!
Quanto è alta luce pio, ver Sacerdote,
Tant’è funesto mastro ogni Iscariote!

D’inferno una smania
Tormenta quel tristo,
Che indegno consacra
La coppa di Cristo,
Che insegna il Vangelo
Con labbro infedel;
Che invidia de’ laici
Le vesti e la chioma,
Che irato sogghigna
Sui cenni di Roma,
Che nutre eresia
Mal cinta da vel.

Ossesso quel petto
Quïete non gode
Se in alme innocenti
Non getta sua frode,
Se non avvelena
Lor candida fè:
Ei spera, involando
Credenti al Signore,
Estinguere il verme
Che rodegli il core,
E dirsi: «Per gli empi
»Castigo non v’è».

Tal fu lo sciagurato, onde la prima
Fïata io stupefatto e impaurito
Intesi accenti di bestemmia astuti
Contro a’ misteri, dietro cui l’eterna
Maestà del Signore all’uom traluce.
Avess’io a quell’apostata strappata
L’indegna larva! L’avess’io al cospetto
De’ giusti vilipeso! Io stoltamente
Tacqui, e volsi nel cor le rie parole
Dell’incarnato Sàtana, e sorrisi
Al suo ingegnoso e perfido sorriso,
E in forse stetti, fra i dettami austeri
Da verità segnatimi, e i dettami
Lieti e superbi del parlante serpe.
Da quel funesto giorno io non potei,
No, disamar le sante are paterne,
Ma a quando a quando io le mirava, incerto
Se venerar le dovess’io, siccome
Ne’ miei dì d’innocenza, o se più senno
Fosse obblïarle o irriderle, e aver soli
Idoli i miei voleri e il mio ardimento.
Così varcai l’adolescenza, e gli anni
Toccai di giovinezza, ebbro di studi
E di speranza nelle forze innate
Del mio altero intelletto. E pure i templi
Secreto avean per me fascino sempre!
E sovente io gettava i baldanzosi
Libri, e fuggìa le argute, empie congreghe,
Per raddurmi solingo e sconfortato
Sotto i tuoi grandïosi archi vetusti,
Lugdunense Basilica, ove i primi
Apostoli di Gallia hanno sepolcro!
Oh bella chiesa! Quante volte prono
Colà pregando e meditando io piansi
Le natìe abbandonate Itale sponde,
E il focolar lontano, ove la madre
Ed il padre e i fratelli erano assisi,
E piansi in un mie tenebre, miei dubbi,
Mie passïoni, ed il perduto Iddio!
Perduto, no, per me non era! e il lume
Di lui mi sfolgorava alcune volte
Sì che sparìan le tenebre, e di novo
Io mandava dal core inni di gioia.
Ma tempi erano quei di non verace
Filosofia, sulle rovine sorta
Di molti altari, e sovra molto sangue;
E la Gallica terra, infra sue pesti,
Di sacerdoti rinnegati avanzo
Chiudea velenosissimo; e i più feri,
Più studïosi e scaltri eran nemici
De’ sacri templi, rïaperti allora,
E dal Corso magnanimo scettrato
Arditamente in onoranza posti.
Un di que’ Giudi inverecondi a’ passi
Miei s’attaccò: l’ornavan lusinghieri
Eletti modi, e pronto ingegno, e il foco
De’ sottili motteggi scoppiettanti,
E facile parola, e d’infiniti
Libri conoscimento, e quell’audace
Sentenzïar che sicuranza appare.
Sommessa voce ripetea d’orecchio
In orecchio: «Ei fu monaco»! E la macchia
Sciagurata d’apostata sembrava
Sedergli orrenda sulla calva fronte,
E dir: «Nessun più sulla terra l’ami!»
E nessun più l’amava, e nondimeno
Ascondean tutti l’intimo ribrezzo,
E cortesi accoglieanlo, e davan plauso
Alla dolce arte della sua favella.
Quella canizie al disonor devota
Orror metteami e in un pietà. Più giorni
L’esecrai, l’osservai, gli porsi ascolto
Come a stupendo rettile, e gli chiusi
I miei pensieri; indi scemò l’occulto
Raccapriccio, e piegai più tollerante
L’alma alle grazie di quel falso ingegno.
Oh pe’ giovani cuori alta sventura
Lo scontrarsi in sagaci empi, che fama
Di lunghi studi grandeggiar fa al guardo
Dell’attonito volgo, e d’intelletti
Che pur volgo non sono! Al rinnegato,
Pur non amandol, mi parea di stima
Ir debitor per l’inclite faville
Del possente suo spirto, e palesava
Ei di mia riverenza e d’amistade
Gentil, singolar brama; e questa brama
Era al mio stolto orgoglio esca gradita.
Lunghe non fur tra noi le avvicendate
Confidenze ed indagini, e m’invase
Giusto corruccio, e da colui mi svelsi:
Ma le illudenti sue dottrine, a guisa
Di succhiante invisibile vampiro,
Stavan su me, riedean cacciate, e furmi
A tutti i giovanili anni tormento.

~~~~~~~~~~

Più vivo in me si raccendea l’amore
Delle case di Dio, quando rividi,
Bella Italia, il tuo sole animatore,
E m’accolsero i cari Insubri lidi,
Dove gli avi mostrar quanto al Signore
Fosser devoti e a grande intento fidi;
Tal sacra ergendo maestosa mole,
Che a lodarla il mortal non ha parole.

Troppo ancora in Milan l’anima mia
Tra giochi e alteri studii vaneggiava,
E glorïosi amici e fama ambìa,
Ed ogni dì più folli ombre afferrava.
Ma pur di salutar malinconia
Frequente un’ora i gaudii miei turbava,
E al tempio allora io rivolgeva il piede,
E in me scendea consolatrice fede.

E l’amato mio Foscolo infelice,
Sebben lui fede ancor non consolasse,
Talor volea con umile cervice
Mescersi all’alme per cordoglio lasse,
Che la bella de’ cieli Imperadrice
Imploravan che a lor grazia impetrasse;
E quando al tempio a sera ei mi seguiva,
Indi commosso e pensieroso usciva.

Oh quante volte insiem quella scalea
Ascendemmo del duomo inosservati!
Quante volte in quegli archi ei mi traea,
E là susurravam detti pacati
Sul beneficio d’ogni eccelsa idea,
Sui vantaggi dell’are all’uom recati,
Sulla filosofia maravigliosa
Che della Chiesa in ogni rito è ascosa!

Oh allorquando vi penso, io spero ognora
Che, pria di morte almen, quell’alto ingegno
Avrà veduta la söave aurora
Del promesso agli umani eterno regno!
Spero che quella forte anima ancora
Nodrito avrà del ciel desìo sì degno,
Che quel Dio che sol vuole essere amato
Avrà i tardi sospiri anco accettato!

Con reverenza visitava io pure
Altre in Milano vetustissim’are:
Quella ov’a Sant’Ambrogio ama sue cure
Il buon Lombardo con fiducia alzare,
Ed il sacel, dove Agostin le impure
Fiamme alfin volle in sacra onda smorzare,
E colà volgev’io nella mesta alma
Sete di verità, sete di calma.

Ed in talun di quegli alberghi santi
Una donna io vedea ch’erami stella;
E a lei movendo i guardi miei tremanti,
S’umilïava mia ragion rubella:
Mi parea ch’a me un angiolo davanti
Stesse per me pregando, e allora in quella
Amica del Signor ponendo io speme,
«Ah sì, diceva, in ciel vivremo insieme!»

Ma de’ templi alla mistica dolcezza
Vinto non era appien l’orgoglio mio:
Il passo indi io traea con leggerezza,
E i gravi intenti rimettea in obblio:
Rossor prendeami appo colui che sprezza
Chi, pari al volgo, osa implorare Iddio:
Io mi volgeva a Dio, ma come Piero,
Interrogato, ahi! rinnegava il vero!

E poi non come Piero io mi pentiva
Con dïuturno, generoso pianto;
Incostante nodrìa fede mal viva,
E a guisa d’infedele oprava intanto:
Allor fu che la folgor mi colpiva,
E ogni mortal mio giubilo andò franto,
E in man mi vidi d’avversario forte,
Me condannante a duri ceppi o morte.

Oh lunghi di catene e d’infiniti
Strazi del core inenarrabili anni!
Ed oh! com’anco in giorni sì abborriti
Mia fantasia godea sciogliere i vanni,
E fingersi ogni sera entro i graditi
Templi, ed ivi esalar gli acerbi affanni!
Poche amate persone e i patrii altari
Erano allora i miei pensier più cari!

Oh quai mi parver secoli
Que’ primi anni di duolo,
In che fra mura squallide
Vissi cruciato e solo!

Nè mai con altri supplici
Sorgea la prece mia,
Ed il desìo del tempio
La pace a me rapìa!

Mi si pingeano i fervidi
Religïosi incanti,
Le grazie che sfavillano
D’in sugli altari santi:

E di Davidde i gemiti,
E gli avvivanti lumi,
E le armonie dell’organo,
E i mistici profumi,

E l’ineffabil agape,
Ove il Signore istesso
Pasce e solleva ad inclite
Speranze l’uomo oppresso.

Allor la vil perfidia
Del mondo io ricordando,
Dare ai profani gioliti
Giurava eterno bando,

E con insonni pàlpebre,
E con preghiera accesa
Chiedea versar mie lagrime
Ancora entro una chiesa.

Mi sovvenian le placide,
Ombre de’ monasteri,
E le velate vergini,
Ed i romiti austeri:

E tormentosa invidia
Prendeami di que’ petti
Ch’appo gli altari effondere
Doglia potean e affetti.

Ma in quella mia nel carcere
Brama de’ sacri ostelli,
Söavi sensi teneri
Pur si mescean novelli.

Rendeva al Cielo io grazie
Che i genitori amati
Piangere almen potessero
Anzi all’altar prostrati.

Anzi all’altar che ai miseri
Sol può istillar virtute,
Che rïalzar può l’anime
Da angoscia più abbattute!

~~~~~~~~~~

Un giorno alfine, oh fortunato giorno!
Nunzio ne venne che sariane schiuso
Della comun preghiera ivi il soggiorno:

E tratto per brev’ora allor dal chiuso,
Rividi il tabernacolo, ove alberga
Colui che in ciel di gloria è circonfuso.

Tempio quello non è ch’ardito s’erga
Sovra eccelse colonne, e in maraviglia,
Quasi reggia celeste, i cuori immerga.

Poco più che a magione umìl somiglia,
E pur ivi m’invase quel tremore
Che per solenne ossequio all’uom s’appiglia;

E per quell’ara palpitai d’amore,
Come mai palpitato io non avea,
E in ver sentii ch’ivi sedea il Signore!

Brev’ora fu, ma pure indi io sorgea
Trasmutato in altr’uom, portando in seno
Il Salvator che i mesti accoglie e bea.

E tale in que’ momenti era il baleno
Della luce divina in me raggiante,
Che il patir mi parèa di gioia pieno,

E leve il ferro mi parea alle piante.

~~~~~~~~~~

Oh di Spielbergo semplice chiesuola,
Ove non s’alzan preci altre giammai,
Che del mortal che cingesivi la stola,
E di viventi infra catene e guai,
Ah, in te risplende pur Quei che consola!
Quei, che del fiacco non respinge i lai!
Quei, che l’amaro calice accettando,
Com’uomo il rimovea raccapricciando!

Con qual desìo la settima festiva
Aurora io nel mio carcere attendea!
Per sei giorni in mestizia illanguidiva,
O la mente pensosa egra fervea,
E talor preda sì di larve giva,
Che il lume di ragion perder temea:
In quell’ore io talvolta Iddio cercava,
E, inorridisco in dirlo! io nol trovava.

Ma il giorno del Signor rivedea alfine,
E mettea lieto suon la pia campana,
E a söavi pensier l’alme fea chine,
E a ricordanze dell’età lontana:
Potenze inespressibili, divine
Scemar parean l’orror della mia tana,
E a me, come a fanciul, batteva il petto
Di quel festivo bronzo al suon diletto.

Poi tutte disparian mie cure atroci
Quando il pietoso sgherro aprìa le porte,
E de’ compagni mi giungean le voci,
E la imperante seguivam coorte;
Gli avvinti si porgean cenni veloci
Di costante amistà nell’aspra sorte;
Ma non a tutti amici ivi era dato
Incontrarsi, parlar, pregare allato.

Sempre, sempre novella, alta esultanza
Il commosso m’invase animo, quando
In quell’incolta ma pur sacra stanza
Posi il piè, mie catene strascinando,
E in simbolica vidi umil sembianza
Suoi sfolgoranti rai Gesù ammantando
Benedirci, e per noi con inesausto
Amore offrirsi al Padre in olocausto.

Colà il Signor mi favellava al core,
E la sua voce somigliava a quella
D’amorevole, ansante genitore
Che a sè un figliuolo sconsolato appella,
E «Disgombra gli dite, ogni timore
»Che mai mia tenerezza io da te svella!
»Veggio che disamar tu me non sai,
»E ciò che indi tu vuoi, tutto otterrai!»

Ei mi diceva inoltre:–«Io t’ho punito
»Non già per rabbia onde avvampar non soglio,
»Ma perchè il prego mio non era udito,
»E sì correvi per le vie d’orgoglio,
»Che obblïato me avresti, e lui seguìto
»Che l’alme adesca all’eternal cordoglio:
»Con forte piglio il correr tuo rattenni,
»Ma t’amai, t’amo, e per salvarti io venni!»

Io mi gettava allora a’ piedi suoi
Con dolcezza ineffabile, e piangeva,
E sclamava: «Signor, fa ciò che vuoi
»Di questo figlio della debol Eva!»
»Sordo vissi, pur troppo, a’ cenni tuoi,
»Ma tua incorante voce or mi solleva:
»Nulla sperar dovrei, ma poichè m’ami,
»Un don ti chieggo ancor–ch’io ti rïami!»

E poi prendea fiducia, e proseguìa
A lui tutti schiudendo i miei desiri:
Lo supplicava per la madre mia
Che sparso avea per me tanti sospiri!
Pel dolce padre calde preci offrìa!
Per tutti quegli amati onde i martìri
M’eran del martìr mio più dolorosi,
E ch’io tanto di me sapea bramosi!

Del Moravo castello umil tempio,
Quante grazie ti debbo soavi!
Il mio spirto pöetico alzavi
Dai terreni, opprimenti dolor.
Io sentiva entro te que’ dolori,
Ma diversi, ma misti a contento:
Io chiedea raddoppiato tormento,
Purchè Dio m’addoppiasse l’amor.

Io il disprezzo acquistava de’ ferri,
Ma non più quel disprezzo superbo
Che del vinto fa l’animo acerbo
Contro quei che nel lutto il gettàr.
Io sperava, io credea che i vincenti
M’assegnasser destin sì tremendo,
Non vil odio, ma sol rivolgendo
Di giustizia rigor salutar.

Io dicea che se in pugno tenuto
Uno scettro in que’ giorni avess’io,
Gli avversanti dell’animo mio
Con isdegno atterrati avrei pur:
E scernea che son fremiti ingiusti
Que’ dell’uom che da forti domato,
Non ripensa ch’ei forza ha sfidato,
Che d’un dritto essi i vindici fur.

Compiangea il fato mio, ma pensando
Qual dover mosse i giudici miei:
Ma pensando che in ciel li vedrei
S’io perdon ritrovava al fallir.
E di grazia per me sospiroso,
Supplicava ogni grazia per essi,
Presentendo i reciproci amplessi
Là dov’ira non puossi nodrir.

Della chiesuola de’ prigioni uscito,
Io ritornava entro mia mesta cella
Col sen da mille affetti intenerito,
Con fantasia più generosa e bella:
L’ineffabil poter del santo rito
Avermi parea dato alma novella:
Ed intero quel dì lieto sciogliea
Di David gl’inni, ed inni altri tessea.

Oh facoltà di poëtar gioconda,
Ma più negli anni orribili del lutto,
Quando forza divina il core inonda
E d’eccelsi pensier lo infiamma tutto!
Quando nell’uom tal grazia sovrabbonda
Che a benedir sue croci indi è condutto!
Face di poesia! senza una chiesa,
No, non saresti in me rimasta accesa!

E se tal possa amabil dell’ingegno
In me si fosse per dolore estinta,
Languito avrei d’ira e superbia pregno,
O l’alma a vil furor sariasi spinta:
Della vita un frenetico disdegno
Spesso prendeami in tanti mali avvinta,
Poi la luce de’ sacri inni tornando,
Io riponea l’empio disdegno in bando.

Il mortal che in mestizia s’inabissa,
E fero soffre ineluttabil danno,
Sempre in oggetti d’ira il guardo affissa;
Ogni umano gli par vile o tiranno;
L’altrui virtù al suo torbo occhio s’ecclissa;
In tutti sogna i benefizi inganno;
E fraterna pietà posta in obblio,
Disama e niega e maledice Iddio.

Filosofar s’immagina il fremente
Calunnïando il mondo e il Créatore;
Ma chiudendo a’ pensieri alti la mente
Tutto mira a traverso empio livore,
Bugiarda estima ogni men atra lente;
Satana è il suo maestro e il suo autore;
Armi date e coraggio a quell’ossesso,
Ed eccol trucidare altri o sè stesso.

Vicino a quella infame insania giacqui
Più d’una volta a’ giorni incarcerati;
Ed allor tetramente mi compiacqui
Ricordando que’ libri sciagurati,
Che nell’audace secolo in cui nacqui
Plausi a ferocia e suicidio han dati,
E col velen de’ rei volumi in petto,
Volvea il fin dell’apostol maladetto.

Grazie, chiesuola, a’ prigionieri amica!
Da te emanava inenarrato incanto!
Da te riedea la mia fiducia antica
Nell’assistenza del tre volte Santo!
In te il perdon non mi costò fatica!
In te d’amore e di dolcezza ho pianto!
In te ne’ tristi dì ripigliai lena,
E sino al termin sopportai mia pena!

Improvvisa comparve un’aurora
Che distinguer dall’altre non seppi,
E la sera ivan sciolti i miei ceppi!
Ed uscii dall’orrendo castel!
Del decennio l’angoscia mortale
Un istante, un accento avea sgombra:
Dalla fossa qual reduce un’ombra,
Mi stupìan terra ed uomini e ciel.

Traversai valli e balze straniere,
M’avvïai della patria a’ bei lidi,
L’Alpe ascesi, ed oh gioia! rividi
La natíva penisola alfin.
Al dolcissimo letto del padre
Egro giunsi, ma giunsi felice:
Lui rividi e la mia genitrice;
Tra lor braccia mie pene avean fin!

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Ahi! nuove, pene sempre cingon l’uomo,
Bench’ei talvolta in impeto giulivo
Tutte calamità creda aver domo!

Piansi più cuori amati onde me privo
Gli strali avean d’inesorata morte,
E più d’un ch’io lasciato avea captivo!

Allegrar mi volea della mia sorte,
Ma spesso in cupo involontario duolo
Mie deboli potenze ivano assorte.

Ciò ch’io patissi, Iddio conosce solo,
La mente rivolgendo a tanti cari
Del cui lungo martir non mi consolo!

Il mondo mi dicea! «Se ancora impari
Ad ambir le mie feste e i miei sorrisi,
Sollevati saran tuoi giorni amari».

Ma indarno sovra lui le ciglia affisi:
Ei più non mi rendea que’ dì lontani
Ch’io con altre dolci alme avea divisi!

Gratitudin destavanmi gli umani
Che generosi mi plaudeano intorno,
Ma i plausi lor pur rïuscianmi vani.

In sì frequente di dolor ritorno,
Il loco ove ogni dì forza racquisto
È quel dove le sante are han soggiorno:

Ogni mattin là prono a’ piè di Cristo
Breve, benefic’ora io volger amo,
Ed esco allor più dolcemente tristo,

E conformarmi al divin cenno io bramo.

«Entro i templi, pari al volgo,
Di prostrarti non vergogni?
Lascia, stolto, i vieti sogni:
Sol ne’ sensi è verità.
Pari a noi, sii glorïosa
Del tuo secolo facella:
Al pensar de’ forti appella
La crescente umanità».

«Al pensare de’ forti l’appello;
Forti son que’ che regge l’Eterno:
Molti errori nel volgo discerno,
Ma non quando umil viene all’altar;
Ma non quando suoi falli ripensa;
Ma non quando li lava col pianto;
Ma non quando de’ Santi nel Santo
Alza i lumi, e lo vuol seguitar».

«D’un Iddio pur si favelli;
Ma di templi, ma di riti,
Ma di spiriti contriti
Fastidito è il pensator.
Basta a gloria delle genti
Predicar virtù civile,
Maledir ogni opra vile,
Intimar fraterno amor».

«Ch’altro grida la voce dell’Ara,
Che civili, fraterne virtuti?
Fiacchi sono del senno gli aiuti,
Se l’Eterno virtù non impon.
D’uomo il senno ch’a Dio non s’eleva
Con qual dritto imporrà sacrifici?
Senza Dio l’uom ne’ giorni infelici
Ruba, insidia, trucida a ragion».

«Se adorar si vuole un Nume,
Sieno semplici omai l’are;
Vane pompe ad esecrare
Ne consiglia l’Evangel:
Volgi l’alma a culto novo;
Il vetusto s’abbandoni:
Non più incensi, effigie, suoni;
Ma qui l’uom, là il Re del ciel».

«Sventurati! v’abbagliano l’ire;
Gl’intelletti ad amore schiudete,
E virtù e verità scorgerete
Nelle pompe che innalzano il cor:
Non son vane se non pel fremente
Che lor sacra potenza dileggia,
Che il suo rigido spirto vagheggia
Non il bel, non Iddio, non l’amor!»

«Chi son quegl’iniqui
Che parlan di Dio?
Chi sei che linguaggio
Usurpi d’uom pio?
Dai ceppi in che fosti
Sol frode provien.
Da noi t’allontana
Ch’a Dio, a Sacerdoti
Vivemmo fedeli
Dagli anni remoti,
Mentr’empie covavi
Dubbianze nel sen!»

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«Felici voi che al lume eterno ingrati
Non foste mai, siccome questo insano!
Ma nulla tolgo a voi, se ardisco alzati
Tener gli affetti al Salvator Sovrano.
I templi non a soli intemerati
S’apron, ma accolgon pure il pubblicano:
Di voi, di me pietà prenda il Signore,
Ed in noi colla fede istilli amore!»

Silvio Pellico, Italia, 1789-1854
Resumen
Silvio Pellico, Italia, 1789-1854
Título del artículo
Silvio Pellico, Italia, 1789-1854
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Poesías de Silvio Pellico
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